COME NASCE SECONDA LINEA

9 aprile 2015

Il 18 dicembre del 2013, ore sette di sera, passando casualmente vicino alla Scuola Media dove ho insegnato per dieci anni (dei miei tredici da professore) m’accorgo, per via dell’edificio tutto illuminato, che ci sono le udienze generali in corso.

Così, mimetizzato tra i genitori (tutti in piedi, senza una sedia per riposarsi), non resisto alla tentazione di verificare il livello della strumentazione didattica. Voglio vedere se, nei vent’anni che sono trascorsi dalle mie dimissioni, il mondo scolastico sia radicalmente cambiato. I professori della mia scuola, insomma, sono rimasti gli straccioni d’un tempo, oppure si sono evoluti? Faccio così passare più di trenta aule: purtroppo, a parte quattro lavagne multimediali, tutto come prima: cattedre di legno, seggioline, lavagne col gesso, banchetti, armadiettini di classe, bibliotechine di classe, cartine geografiche ai muri. La solita straziante e polverosa miseria degli ultimi venti secoli. Se si considera che le quattro lavagne sono strumenti che restano nelle mani del professore, sono persino costretto a realizzare lo zero assoluto, l’immobilità totale. La potenza didattica, infatti, può crescere solo in presenza di macchine nelle dirette mani degli studenti; macchine cioè caricate dagli ingegneri e dai didatti per un auto apprendimento sempre più spinto.

Tornato a casa, decido d’ignorare assolutamente la faccenda. Gli insegnanti non sono lavoratori recuperabili, la scuola mi fa ogni volta infuriare, e soprattutto ho già dato del mio a suo tempo, scrivendo un libro che è stato accuratamente ignorato. Nel gennaio e febbraio 2014, però, alcuni imprenditori si suicidano. Alla fine, tragedia dopo tragedia, crollo. Così, dopo aver velocemente verificato che nella mia scuola la miseria era stata accompagnata dalle solite ingenti spese per segreteria e presidenza, vado in Provveditorato e, grazie alla gentile collaborazione d’un impiegato svelto e sveglio, in meno di un’ora sono in grado di ricostruire le gigantesche spese amministrative del sistema. Quando infatti quindici anni prima avevo pubblicato il libro, avevo espressamente indicato come una delle principali cause della straziante povertà (fonte d’ogni male) proprio quel tipo di spese. Bene! Qual è il risultato di questa mia nuova indagine? È presto detto.

Nei quindici anni della mia lontananza, la sola provincia di Cremona, per mantenere le segreterie, le presidenze, e i pochi impiegati del provveditorato, ha sborsato la cifra necessaria alla costruzione di un paese per almeno cinquemila abitanti: in pratica, un valore tra i milleseicento e i duemila appartamenti ammobiliati con cantina e garage.

Anche se ho tutti i dati, comincio lo stesso a girare le segreterie e le presidenze, un po’ perché non tutto è così chiaro nei dettagli più minuti e un po’ per vedere cosa realmente si pensi della faccenda. Nella scuola c’è un amministrativo ogni centotrenta studenti, è una cosa folle, fuori da ogni logica, clientelare! Cosa mai si dirà di questo fatto ? So di aziende private, ad esempio, nel territorio attorno alla mia città, che fanno migliaia di operazioni ogni mattina, ma con due soli impiegati. Gli operai nemmeno sanno dove stiano! («Sappiamo che hanno un ufficio in città, vicino alla piazza, che sono in due, ma…»). Se immaginiamo il corridoio d’una scuola, dobbiamo figurarvi che ogni cinque aule, fuori in piedi, ci sia un amministrativo. Siamo in un corridoio con dieci classi? Due amministrativi, uno a quindici metri dall’altro. Abbiamo altre dieci classi al primo piano? Altri due amministrativi! Ci sono altre dieci al secondo piano? Altri due amministrativi! Cosa mai si dirà di questo fatto?

Si potrebbe capire un simile dispiegamento di forze contabili in un’azienda dove ogni impiegato affronta centotrenta fra agenti, clienti e fornitori che continuamente telefonano per ordini, pagamenti, fatturazioni, sconti, storni merce, offerte, accrediti. Ma che ci  fanno in una struttura dove gli utenti, appena entrati in classe, si sentono dire: «Tutti zitti e seduti nei banchi!» e dove i dipendenti stessi hanno gli stipendi elaborati dai centri contabili dello Stato e i punteggi sono stabiliti dai locali provveditorati? E dunque via con le domande: «In quanti siete in questa segreteria? Dal vostro sito internet non si capisce. Siete in sei, siete in sette?». A differenza che nel provveditorato, dove hanno già brutalmente ridotto il numero del personale, ecco il panico, il terrore, l’angoscia nera, l’imbarazzo dello “statale classico”. «Ma Lei chi è? A quale proposito ci fa queste domande? Chi rappresenta?». Occhi spalancati, sguardi disorientati, paura, braccia che si stringono, sorrisi che si spengono… «Noi non possiamo fornire queste informazioni, non siamo autorizzati, sono riservate. Perché non fa una richiesta formale? Perché non richiede l’incontro con il preside? Noi non possiamo. Ma lei chi è?». Miserie così atroci dal punto di vista umano (ho incontrato tre sole persone che hanno avuto delle reazioni normali) che ogni volta mi veniva voglia d’urlare.

Ottenere poi l’incontro con la presidenza – o col responsabile ‘capo’ della segreteria – non portava a discussioni più approfondite. Appena capivano l’argomento, appena si sciorinavano due cifre, dai sorrisi si passava subito alla paura e nel giro di pochissimi minuti (massimo tre, quattro minuti) ero subito liquidato. Inevitabilmente! Che altro può fare un mondo straziante, che sa perfettamente d’essere altissimamente improduttivo, che sa di lavorare soprattutto per se stesso, che sa di essere un formidabile peso per la collettività, e che non può in alcun modo giustificare la sua stessa esistenza? In una scuola, indicando i suoi numerosi subordinati, la segretaria capo ad un certo punto mi dice: «È vero, molti lavori che facciamo sono inutili, potrebbero essere semplificati… Ma se razionalizziamo tutto, cosa facciamo fare a tutta quella gente?». Resto senza parole, basito. Con chi sto parlando? Con una segretaria scolastica, o con un’agenzia di collocamento?

Se chiedete ad un professore quale esatto mestiere faccia un preside, un segretario capo, un applicato di segreteria, e lo pregate di scriverne le mansioni su di un pezzo di carta, vi accorgete che… bene bene non lo sa!  Il professore, che è lì per fare il mestiere per cui la scuola è stata creata, vede quel personale, sa che è numeroso, ma… non sa che lavoro faccia.  Che ci fa un amministrativo ogni cinque classi? Maledizione, che ci fa?!

«Sono lavori complessi, delicati, la nostra è una situazione particolare, non è come negli altri mestieri, noi dobbiamo…» mi sento dire dalla preside d’una scuola superiore, prima d’ essere congedato dopo meno di tre minuti di colloquio perché la segretaria bussa alla porta. Tutto normale! È la ferrea regola! Appena fai domande, ecco che tutto diventa complesso, delicato, pregnante, particolare, peculiare, non misurabile, e hanno così tanto da fare che ti debbono liquidare subito, ora, adesso, per favore vada via! Ovviamente, fra gli amministrativi ci metto pure i presidi, che, essendo responsabili di diritti, doveri, deontologia professionale eccetera, hanno sì fuori dalla porta la brava targhetta di dirigente scolastico, ma sono appunto dirigenti che, capi del personale, con l’arte d’insegnare non c’entrano assolutamente nulla. Proprio come nulla c’entra il capo del personale d’una azienda privata col fatto che la fabbrica produca caramelle anziché acciaio. Sono funzionari che possono avere della personale attenzione per la didattica, ma spesso per via d’uno zelo interiore determinato dalla nullità degli organi collegiali. Se andate a vedere gli strumenti legislativi e mentali che governano le loro attività, comunque, vi accorgete subito che si tratta proprio di personale amministrativo d’alto livello.

In sintesi, spese folli.

Sia chiaro! Gli amministrativi non hanno colpa! Ci mancherebbe altro! Il marcio sta nel Collegio Docenti, l’ingegnere di fabbrica della scuola, l’organo collegiale che dovrebbe conoscere la differenza tra l’acciaio e le caramelle, lo zombie che invece di riunirsi tutte le settimane (se non c’è niente all’ordine del giorno, la riunione salta) vive nella tomba per settimane e addirittura mesi e che ogni tanto il preside, lo stregone, richiama in vita per questioni notarili. Infatti, se i professori avessero un minimo di spirito dirigente, confronterebbero subito i propri investimenti didattici con le folli spese amministrative, e quindi, inorriditi, direbbero al preside: «Ehi! Ma che ci fa lei tutto il giorno qui? Lei costa la folle cifre di ottanta mila Euro l’anno! Perché non segue i lavoratori di almeno venti scuole? Noi, quando faremo le riunioni, le spediremo i vari verbali, e se qualcosa non va con le norme dello Stato, lei avrà quarantott’ore per approvare. Ma non ci servono pubbliche relazioni a ottanta mila Euro l’anno! A noi servono i soldi per la didattica, per lavorare!». A sua volta il bravo “notaio capo del personale”, arrivando in una delle sue venti o trenta scuole, si spaventerebbe a morte: «Ma in quanti siete qui in segreteria? In sette? Ma scherziamo? Io ho trenta scuole, e voi siete una squadra? Via, via, semplificare!». A loro volta, il personale impiegatizio, guardandosi intorno, istintivamente direbbe: «Noi della segreteria saremmo in troppi? E allora che ci fanno 13 bidelli in un liceo classico? A diciott’anni Alessandro guidava la cavalleria in battaglia, a venti costruiva un impero, e noi gli diamo invece i bidelli?!». È tutto in cascata! Il marcio parte dai professori che, invece di fare i dirigenti del lavoro, sono gli impiegati più impiegati di tutti, gli statali più statali di tutti, i più ignavi, i più colpevoli. Ovvio no?! Se non interessano a loro i soldi per la didattica, perché mai dovrebbero interessare a capi del personale, notai, ragionieri, bidelli eccetera?

Così, tra la gente che si suicidava, il disprezzo verso i contribuenti, le lettere senza effetto al giornale, una sera mi metto al computer deciso a passare l’intera notte a scrivere. Ho una sola idea in testa.

«Adesso vi sistemo io, per l’eternità!».

Nasce così nasce, in abbozzo, in una notte di aprile 2014, Seconda Linea.

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