STUDENTI STIPENDIATI

STUDENTE SENZA SOLDI 03

1 aprile 2015

«Cosa? Gli studenti andrebbero pagati? Nel senso di ‘stipendiati’?»

«Certo che vanno pagati!»

«Ma perché? Perché sarebbe ‘bello’?»

«Ma no! Che c’entra il bello?!»

«Perché le società moderne sono più ricche, e quindi…?»

«No, cosa c’entra la ricchezza? Sarà il contrario, semmai»

«Allora, perché ci sono studenti ricchi e studenti poveri. E noi dobbiamo livellarli. È per questo?»

«No, che c’entra il livellarli?! Che c’entra che uno sia ricco o povero? Tu paghi un professionista a seconda di quanto sia ricco o povero?»

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A differenza degli studenti dei secoli passati, lo studente moderno è figlio della massa, in pratica, è la massa stessa dei giovani. Per la precisione, è quella massa che una volta, crescendo, dava ai genitori una mano sempre più forte nei campi, nella stalla, nella bottega ed in casa. Quella massa che nelle società più dinamiche (vedi la Firenze rinascimentale e qualsiasi città portuale o manifatturiera), andava tutta a bottega, nella filanda, in fabbrica, sulle navi o nell’esercito, portando a casa un qualche tipo di salario (se proprio modesto, almeno il vitto e alloggio non più a carico di mamma e papà).
La caratteristica del figlio della massa è sempre stata questa: più cresce, più diventa un sostegno per la famiglia. Il suo peso si fa sempre più leggero, mentre la forza sempre più grande. Si tratta di una legge naturale: prima il cucciolo è piccolo, bisognoso di tutto, poi cresce, si rafforza, aiuta sempre di più il branco, e il branco fa sempre più affidamento su di lui. Qualunque altro comportamento è contro natura, o al di sopra di questa (esattamente com’erano al di sopra – oltre le nuvole – i bilanci di papà marchese, mamma contessa, zio principe e nonna baronessa).

Dopo la II Guerra, con l’aumento esponenziale della capacità produttiva, la fabbrica e la bottega sono diventate troppo complesse e i giovani della massa – grazie ovviamente proprio ai colossali finanziamenti di fabbrica e bottega – si sono riversati tutti nella scuola. Ebbene! È successo il patatrack! I professori, abituati ad avere come studenti i figli degli strati alti della società, hanno continuato a trattarli e pensarli come tali. Le Amministrazioni – i soliti ovini di nulla memori – non hanno percepito nulla né capito nulla; anzi, al contrario, hanno distrutto capitali immensi (smisurati, folli, oltre ogni logica, titanici) per portare avanti la scuola d’un tempo.

Lo studente moderno è l’antico apprendista, è quello che una volta andava a bottega. Sì, è proprio lui. Sì! Ma… ne siamo sicuri? Sì, e lo vediamo da molti fattori.
Le scuole d’oggi non sono più mantenute da principi, marchesi, baroni e benestanti vari, ma proprio dalle botteghe che, tassate, forniscono allo Stato quantità immense di denaro. Che la bottega oggi sia una multinazionale anziché una falegnameria, non fa differenza alcuna: bottega è, bottega resta. La scuola, pur con tutti i distinguo che si vogliono (oltre i pudori della classe insegnante) altro non è che una succursale dell’immenso numero di potentissime botteghe. È un’anticamera, una zona a lato, ma siamo sempre dentro la bottega che mantiene centinaia di migliaia di persone e paga riscaldamento, luce elettrica, muri, spazzatura, costi extra  ecc.. Inoltre, lo studente viene da quella stragrande ed antica maggioranza di popolazione che non vive fuori dalla necessità (cioè sopra le nuvole), ma deve combattere tutti i giorni con le unghie e coi denti. Quell’antica massa che però oggi, di fronte al figlio che costa sempre di più (anziché rendere), che è sempre più pesante (anziché leggero), tace, e per amore genitoriale stringe i denti, va avanti, non sapendo però per quale strana magia si ritrovi ancora in prima fila… col il figlio che pesa più d’un quintale e la figlia che potrebbe aver già avuto dieci figli.

Che lo studente moderno sia proprio l’antico apprendista lo si vede anche dal fatto che non può assolutamente essere eliminato. Essendo la massa, è il futuro stesso. Per chiarire il concetto, se nel mondo antico avessero soppresso tutte le scuole, le botteghe artigiane sostenute dalla massa sarebbero andate avanti comunque: statue, palazzi, ponti, cupole, gioielli, raccolti, tutto avrebbero continuato a nascere e moltiplicarsi. La mosca bianca (l’ex studente nobile di un volta) non ha mai tenuto in piedi il sistema, non ha mai rappresentato il futuro (almeno, non nel senso del più immediato domani). Oggi, invece, se chiudiamo le scuole e le università, facciamo crollare l’intero sistema e azzeriamo il domani. Nessuno saprebbe più cablare un rete, progettare una macchina, sintetizzare una medicina. La popolazione dovrebbe passare (attraverso fame e malattia) dagli attuali 7 miliardi di persone ai 500 milioni dell’epoca pregalileiana. Eh sì! Lo studente moderno non è affatto la mosca bianca, ma la colonna del futuro, e quindi l’apprendista d’oggi che terrà in piedi la super bottega domani. E dunque, se è l’apprendista di bottega, perché non pagarlo dai 14 anni in su, cioè dall’età in cui comincia a specializzarsi?

Così, mentre l’imprenditore ti dice in faccia, chiaro e tondo e da anni, che è suonata da un pezzo l’ora di pagare gli studenti perché il mondo del lavoro ha un disperato bisogno di conoscere i suoi ragazzi, il professore, che lavora in ambito pregalileiano, lontano secoli dal mondo moderno, con una produttività di gran lunga inferiore a quella d’un collega assiro-babilonese (una volta si usava la frusta), davanti all’idea di pagare gli studenti fa istintivamente una smorfia, arrossendo leggermente.

«Pagare gli studenti? Ma… non capisco! Se studiano e prendono dei bei voti, questo dovrebbe bastare».

Lui, il più nobile fra tutti i nobili rimasti, cioè i nobili dell’Amministrazione Pubblica (dove il posto fisso è equiparabile alla rendita baronale o alla prebenda), lui, il lavoratore talmente fuori dal mondo che alla domanda: «Nel vostro mestiere, di quanto è aumentata la potenza negli ultimi tre anni?» nemmeno capisce di cosa si stia parlando, nemmeno riesce a raccapezzarsi se gli si chiede dell’ultimo secolo, lui, il buon funzionario che se, per sbaglio, gli tolgono un punto dal curriculum, chiama la capitale per segnalare la bestiale offesa, lui, che alla domanda: «Chi mantiene la scuola?» risponde divertito: «Lo Stato, no?» come se quello non prendesse i soldi dalle multinazionali, dalle Società per Azioni, dalle Srl, dalle SaS, dalle Ditte Individuali, dalle Partite Iva, dai Professionisti, ma li trovasse sugli alberi, lui, proprio lui, il lavoratore del mondo che non c’è più da oltre quattro secoli, parla di voti.

«Hanno già i voti, no?! È un buon stimolo, che altro ci vorrebbe?».

Stimolo? Il poveretto non capisce perché è fuori dal mondo. Non capisce perché è un lavoratore nemmeno più recuperabile. Ma i padroni (da qui in poi ‘cittadini per comodità di linguaggio), in tutto questo ambaradan, che ci capiscono? Niente! Capiscono solo che debbono pagare, pagare, e sempre pagare. Invece è ora che comincino a comandare anche nella scuola perché, se bisogna scavare il canale di Corinto, non bisogna assumere i seimila spalatori dell’epoca di Nerone, ma solo cento persone con Catepillar e dinamite (traduzione: è ora che l’insegnamento divenga in massima parte autoapprendimento da macchina, e sia quindi gestito dagli ingegneri e dai didatti che, studiando le percentuali di successo, possano rapidamente elevare all’infinito la qualità e la potenza della didattica). I professori, quando sono per numero la centesima parte di quelli d’oggi, sempre raggiungibili mattina e pomeriggio da qualsiasi posizione e con qualsiasi mezzo, in contatto coi ragazzi solo quando hanno realmente bisogno di loro (un click – ti vedo sullo schermo- dimmi qual è il problema, oppure “non riesco a capire dove incontri difficoltà, aspetta che prendo l’auto, ci vediamo nell’ufficio tuo padre tra mezz’ora”), bastano e avanzano. Se i cittadini non fanno i padroni, insomma, continueranno a pagare dei nobili anziché i propri ragazzi. E questo fatto – trattandosi di creature che, crescendo, debbono sentirsi sempre più forti per la famiglia e la collettività – è contro natura.

 

Sintesi: i soldi per la scuola debbono servire per
– pagare pochissimi validi tutor
– pagare moltissime macchine
– pagare ingegneri per l’autoapprendimento
– occupare luoghi splendidi di ritrovo
– stipendiare gli studenti.
Deve scomparire il cartellino da timbrare e tutto il sistema deve muoversi smaterializzato e sempre più potente. Occorre mandare a casa 500.000 docenti. Servono i Caterpillar.

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