A PAOLO VILLAGGIO

        Caro Villaggio

era un pezzo che volevo scriverLe, e le assicuro che c’ho provato tante volte, ma per colpa della nausea non riuscivo mai a finire la lettera. Adesso m’è passata del tutto, ma, anche se trovo molto umiliante dover confessare la mia abissale ignoranza, Le scrivo perché Lei ha dei meravigliosi effetti terapeutici
sull’italiano medio (e io, come tutti, ne ho bisogno).

Dunque …

Quasi cinque mesi fa – era il 22 aprile – vado dal mio family banker per una sciocchezza d’operazione (un conto da chiudere). Più una scusa che altro, perché di soldi non ne ho; ma il mio banker è uomo troppo intelligente e disponibile e io ne approfitto sempre per chiedergli dei pareri sulle tante scatole cinesi e dintorni. Siccome ho appena concluso il sito di Seconda Linea, sono anche molto curioso di sapere cosa ne pensi. Cominciamo a parlare, ma le cose prendono una piega imprevista.

«Allora, che mi dici? Hai visto la Home di Seconda Linea? Hai notato il “servo e padrone”? Ho dovuto vagliare moltissimi concetti per capire da dove esattamente partire. Gli argomenti erano potenzialmente migliaia! Poi, pensa e ripensa, alla fine mi sono accorto che soltanto uno generava tutti gli altri in cascata. Quello che, in fondo, esprime la mia emozione iniziale. Infatti, una volta impostata la home su “servo e padrone”, tutto è filato liscio».

Il mio banker guarda il computer facendo dei commenti, ma senza assolutamente assecondarmi. Ha lo sguardo decisamente altrove e ragiona in modi molto evasivi. Annuisce alle tante immagini (pecore, padroni, cani da guardia), ma continuando ad allontanarsi dai temi di Seconda Linea. Io – mi creda – quasi ci resto male! Mi parla del lavoro, delle banche, della gente, degli investimenti, dell’edilizia, di chi ritarda i pagamenti approfittandosene… Tutto vero, per carità, ma ne abbiamo già parlato altre volte. Perché ritornare su quei discorsi? Perché non parlare di Seconda Linea? Dopo un po’, lui si accorge che non riesco proprio a seguirlo e allora m’invita ad una conferenza che si terrà il giorno dopo allo Sporting Club. Non m’aveva invitato perché come investitore sono zero, ma l’eccezione è subito fatta.

«All’ingresso gli dici che ti mando io. Se ti fanno storie, chiamami».

L’indomani sera arrivo allo Sporting Club  fuori Cremona col mio Burgman 400 tutto bianco, uno scooter bello come un dio; indosso pure un casco grigio perla con bluetooth incorporato e la visiera tipo “BMW”. Ho curato l’immagine perché ci saranno dei ricconi… (Ahahahah! Tranquillo, caro Villaggio, una sera nella vita si può anche cedere).
Sono però molto perplesso, perché il relatore è un professore della Bocconi… Ahi ahi ahi! Ricorda, caro Villaggio, certi distruttori di economie che hanno profuso la loro scienza proprio in quell’istituto? Il professore, poi, ha pure quattro nomi. Ahi ahi ahi e ancora ahi! Addirittura quattro! Magari è il consigliere privato del Duca conte Francesco Maria Barambani, quello che fa affari con la Contessa Maria Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Che vuol farci? Me l’ha insegnato Lei! Da uno che ha quattro nomi ci si può aspettare di tutto. Entro in sala convinto che, se mi andrà bene, mi ritroverò davanti il solito saccente dalla faccia un po’ triste; quel tipo di persona, per capirci, che Erasmo, nella Pazzia, avverte di non invitare mai ad una festa.

Invece, ecco la felice sorpresa!

Il prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè è molto simpatico, giovane, svelto, divertente, comunicativo, e con centrate slide si fa capire bene da tutti. Disegna il sistema bancario come non l’ho mai né visto né sentito. Pian piano, come uscendo da una nebbia, tutto mi diventa sempre più chiaro. Alla fine, il professore stringe sempre di più le fila del discorso terminando la conferenza davanti all’ultima slide.

«Avete capito perché i giovani d’oggi fanno così fatica a ritagliarsi la loro fetta di torta? Avete capito perché la ricchezza s’è spostata verso le vecchie generazioni?»

Sì, hanno capito tutti, e l’applauso finale è perfettamente meritato. Tutti sanno benissimo che parlare a degli analfabeti, per un supertecnico, non è poi così facile. La conferenza, anche se è durata un’ora e un quarto, è invece volata via. Finiti gli applausi, m’attardo un poco in sala.
«Piaciuta?», mi domanda una persona che ha presentato il professore.
«Moltissimo, grazie», rispondo mentre lo stesso Maffè rientra in sala per riprendersi le sue cose.
«Piaciuta la mia conferenza?» mi chiede allegramente dal palco. Sono l’ultimo a dover uscire dalla sala.
«Bella, molto, m’è piaciuta davvero!».

Sì, caro Villaggio, la conferenza è stata bella e illuminante, ma io starò male per tre interi giorni. Da non credere, vero? Tre interi giorni! Già in sala, a conferenza finita, provavo delle sensazioni strane, un leggero disorientamento. Pensi! Non sono nemmeno andato al rinfresco, cosa per me assolutamente impossibile!

La conferenza è stata un pugno nello stomaco, sì, ma… perché?! Ho impiegato molto tempo a capirlo. È stata un pugno perché, dopo aver scritto Seconda Linea, tutto ha cominciato ad incasellarsi a super velocità nelle uniche due semplicissime direzioni: o ‘servo’, o ‘padrone’. Mi segue? Non le solite cento scelte con un milione di sfumature, ma solo due. Io, nei mesi precedenti, m’ero occupato del bastone che lo Stato usa contro chi lavora (un comportamento assurdo); ma mi ero fermato lì! M’ero fermato perché un comportamento più assurdo di questo non si poteva immaginare. Si può forse andare oltre il servo che bastona i suoi stessi padroni e i padroni che chinano la testa davanti ai loro servi? No di certo!

E invece sì! Sì, che si può andare! Anzi, è ovvio che si possa, perché se hai dato ai tuoi servi un potere gigantesco, loro faranno i padroni anche dove non te l’immagini. Nelle banche ci sta il potere, ci stanno le carote che fanno felici gli ‘ovini’, ci stanno i mezzi per smacchiare le coscienze, ci sta il denaro per comprare i voti, ci stanno le somme che saldano i conti, ci sta la forza capace d’annullare le proteste… Il cattivo servo (quello che usa il bastone quando non dovrebbe) è lo stesso che avrebbe dovuto invece stringerlo con forza entrando in banca! La banca è il punto nevralgico dove confluisce il potere prodotto dal popolo e quindi, se le cose debbono essere lì ordinatissime, quello è il posto dove il servo non può mai dimenticarsi del bastone. E invece? Invece il servo lo lasciava fuori dalla porta e, trasformandosi in amico e compagno, diventava un padrone.

Il professore aveva parlato di cose abbastanza asettiche: grafici, numeri, spostamenti di capitali… Ma io traducevo tutto in immagini di ben altro tipo, e con gli occhi della mente vedevo il servo entrare nelle banche dando pacche sulla schiena e stringendo mani. Riesco a spiegarmi? Un conto è immaginare un politico che – potente fra i potenti – tratta da pari a pari anche con le banche; e tutto un altro è vederlo come un tuo servo (che ha un preciso incarico di sorveglianza) che però non alzerà mai la voce per proteggere i tuoi interessi. Se gli stallieri rubano, ce ne sarà un po’ anche per lui.

«Cosa avete qui in banca? Topi morti in cantina? Cadaveri nelle casseforti? Scheletri negli armadi? Spazzatura in cortile? Tranquilli, ragazzi, tanto ci saranno sempre i soldi dei miei padroni a sistemare tutto. Il piano è questo: noi politici abbiamo bisogno di voi banche per certi nostri peccatucci, e voi banchieri avete bisogno del denaro dei padroni per risolvere certe gestioni. Adesso, finita l’ispezione, andiamo tutti da Checco il Porcaro, la trattoria che sta sotto la casa di Paolo Villaggio. Vedrete che ci metteremo d’accordo. A proposito, caro direttore! Cosa ne pensa dei film di Fantozzi? Le piacciono?»

In quei tre giorni mi sono sentito come colpito alle spalle, proprio come fossi il padrone d’una grande villa che, un bel giorno, è costretto a scoprire che il suo maggiordomo (già lautamente stipendiato) non solo bastonava i principini, non solo lucrava sulla spesa, ma regalava pure l’argenteria agli amici quando, tra le scuderie e le cucine sul retro, faceva degli affarucci per conto suo. Insomma! Conclusione! Il giorno dopo, il 23 aprile, sono probabilmente la prima persona a cui il mio family banker telefona. Immagino così perché sono soltanto le nove e capisco che sta salendo in auto.

«Allora, t’è piaciuta?».

«Sì sì, ho capito quel che cercavi di dirmi. Non avevo visto la ‘carota’. Vedevo solo il bastone, vedevo i vigili che ti massacrano perché hai messo una pubblicità in vetrina, ma non la carota».

«Esatto! Proprio così! La carota! Tu hai cercato di risolvere soltanto la metà del problema. È vero che il potere è nella politica, ma è vero pure che è concentrato nelle banche. Anche se hai un “collare robotico attorno al collo”, se sei un cattivo servo, un cattivo servo rimani! Capisci? Se sei un cattivo servo, mi sai dire quanti danni potresti fare semplicemente parlando con dei banchieri? Senza contare che c’è poi tutto il resto, infiniti altri campi dove il servo cercherà sempre di fare il padrone. L’economia su larga scala, l’edilizia, gli investimenti manovrati, gli investimenti caldeggiati, gli investimenti che non arrivano…».

Nei giorni successivi mi sono ritrovato spesso a pensare che per me sarebbe stato molto meglio lasciar perdere tutto: chiudere Seconda Linea, non occuparmi più di nulla, abbandonare. Se ero stato capace di non vedere la carota, chissà quante altre cose potevo non sapere. Senza contare che qualche settimana dopo un libro mai letto (sulla mia libreria da anni) finisce con l’attirare la mia attenzione. È del 2004, racconta il crack Parmalat. Provo a tradurne alcune parti?

«Caro imprenditore, io sono un politico e ho potuto essere eletto grazie ad operazioni economiche… inventate. Ho fatto assumere della gente in posti che non esistono. Avrei quindi bisogno che tu, generosamente, mi comprassi qualcuna delle mie finte fabbriche e li facessi lavorare per davvero. Se non hai i soldi, non preoccuparti, chiamerò il direttore della banca e avrai tutti i finanziamenti necessari. A mia volta, quando mi avrai fatto fare bella figura, siccome ad un certo punto non ce la farai più ad andare avanti perché saranno aziende a scartamento ridotto, io mi preoccuperò di chiamare un altro direttore di banca. A tua volta, mi girerai una parte quei soldi affinché io possa, a mia volta…»

Lei, Villaggio, sicuramente dirà: «Ma come, caro stupidissimo Bettinelli, non Le sapeva queste cose? È davvero così ignorante?». Sì, caro Villaggio, sono proprio ignorante. E quello che mi meraviglia ancora di più è che sotto sotto queste cose io le ho sempre sapute. Ma forse – mi auguro sia così – faccio parte di quella gente che non capisce mai realmente niente finché non ha intuito l’ultima scatola cinese. Forse mi serviva il codice ultimo, quello del “servo e padrone”, per arrivare a capire tutto di colpo.

Speriamo! Comunque, adesso è venuto per me il momento di salutarLa. Nel porgerle i miei più sinceri auguri, non possono fare a meno di notare, ancora una volta, il suo grandissimo effetto terapeutico. Sì, parlarLe è davvero un balsamo. Mi viene addirittura da ridere! Dovrei provare nausea, invece – ahhahah! –  rido. Forse perché Lei è la coscienza di tutti gli italiani.
Tanti cari saluti!
Spero proprio che Checco il Porcaro esista e non sia una sua invenzione.
Claudio Bettinelli Cremona

P.S.: siccome Lei m’ha fatto fare miliardi di risate, la lascio con un’immagine divertente, tutta italiana.
Arlecchino fa il furbo, balla, sbeffeggia, fa la cresta sulla spesa, trama, intrallazza, ma i tempi sono cambiati. Adesso c’è l’Unione Europea, e questa è una padrona un po’ troppo grande per i soliti maneggi. Così…

Ore 08,00 in punto della mattina. Qualcuno suona con insistenza il campanello.
«Uffa! Ancora come ieri! Ma perché venite tutti mezz’ora prima?! Non potete starven…».
«Guten Morgen! Puona giornata, caro signore! Guten Morgen! Noi fenire da Berlino! Noi qui per ispezionare fostra banca! Verstanden? Berlino! Ispezionen!»

«Eh?! Ispezionen? Cosa?»
Arlecchino fa il furbo, balla, sbeffeggia, fa la cresta sulla spesa, trama, intrallazza, ma quando arrivano gli uomini del nord scatta istintivamente sull’attenti. È un retaggio antico, viscerale, legato ad un passato molto più remoto del XX Secolo. I tre hanno parlato a voce bassa, ma l’italiano li ha come sentiti urlare.

«ACHTUNG! ISPEZIONEN!»
I topi fuggono dalle cantine; gli scheletri tentano audaci sortite.

«ACHTUNG! BANDITEN! ITALIANEN! ISPEZIONEN!!!»

 
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